Quando arriva il periodo freddo, mi sembra che l’inverno debba essere già finito perché è passato Natale e invece siamo appena agli inizi, allora mi vien voglia di scappare in qualche posto caldo, per interrompere quelle giornate in cui il cielo sembra sparito e pare che qualcuno abbia tirato un tendone grigio sopra la testa. Quest’anno abbiamo scelto di fare la nostra fuga a Lanzarote. Perché? Non solo per cercare il tiepido e i cieli azzurri che qui mancano, ma anche perché è stata patria di César Manrique Cabrera, un pittore ma non solo, quel che si dice un artista poliedrico, pioniere dell’ecologismo ed attivista politico che ha protetto Lanzarote dalla speculazione edilizia e l’ha disseminata di sue opere.
Dopo 3 ore e mezza di volo, atterriamo ad Arrecife. L’impatto è meno tiepido di quanto pensassi, sarà che siamo arrivati di pomeriggio inoltrato? Speriamo! Con la macchina a noleggio ci trasferiamo all’hotel che abbiamo scelto sulla costa Sud (così vediamo Fuerteventura e le bianche dune di Corralejo – ne parlo in un altro racconto), bello, ma in realtà un po’ troppo grande per i nostri gusti.
Il giorno successivo inizia l’esplorazione delle spiagge vicine, uno sguardo dall’alto, giusto per capire, e capisco che non sono niente male! Playa Papagayo (è quella più nominata quando si parla di Lanzarote) è veramente riparata dai venti e il mare mi pare bellissimo. Ma anche il colpo d’occhio sulle altre spiagge che si susseguono, separate da importanti scogliere, mi colpisce, è un luogo incredibile e ci tornerò per fare bagni, ma oggi ho un’altra meta.
La meta è il vulcano Timanfaya e il suo parco nazionale che è costituito interamente da terreno vulcanico. Le maggiori eruzioni sono quelle registrate tra il 1730 e il 1736, durante questo periodo, più di 100 vulcani sono diventati attivi e hanno devastato parte dell’isola. Per arrivare al parcheggio, facciamo una coda di un’ora circa, da lì si sale sui pullman che fanno il giro del parco. Ora, capisco che non si possa circolare liberamente, ci sarebbero veramente troppe macchine sulla strada, però le foto da dietro il vetro vengono tutte un po’ virate verde e, per non avere riflessi, devo appoggiare proprio l’obiettivo sul vetro costringendomi ad inquadrature fisse. Pazienza, me ne devo fare una ragione, questo è. Avrò un bel po’ di lavoro di post-produzione…
A parte i vetri e gli angoli rubati, il parco è veramente un paesaggio pazzesco: rocce vulcaniche lisce si alternano a grandi massi appuntiti, a volte neri, altre arancioni o rossi (e qui la mia estrazione scientifica si ripropone: mi trovo a cercare di identificare le rocce che vedo e i tipi di eruzione che ci sono state in passato). Vegetazione completamente assente, tranne ogni tanto, verso l’uscita del parco dei teneri ciuffetti verdi che spiccano sul suolo lavico nero. A parte la meraviglia della natura, cromaticamente sono bellissimi!
Nelle foto che seguono i colori non sono ritoccati, è solo stato tolto il viraggio un po’ al verde dato dal vetro, ma i colori son proprio così. Siamo sulla Terra o su Marte?
Tornati al parcheggio, saliamo al ristorante “El Diablo” (e da lì si possono fare foto panoramiche senza viraggi), non tanto per mangiare, ma per vedere l’utilizzo dell’energia geotermica che ancora è prepotentemente presente: se si butta dell’acqua in una buca, questa erutta in un geyser fumante, o quando si avvicinano delle sterpaglie, queste prendono immediatamente fuoco per il calore. Tra l’altro, c’è un profumino di pollo alla griglia che risale da una buca, infatti ci sono un bel po’ di polletti che cuociono al calore geotermico e verranno poi serviti al ristorante El Diablo.
Lasciamo il parco perché il ristorante è pienissimo, e raggiungiamo il paesino di El Golfo, dove pranziamo (ormai quasi alle 15) da Casa Rafa un ottimo ristorante. Troviamo anche le zamburiñas, le mie conchiglie preferite!
Poi a piedi raggiungiamo uno lago verde (salato, ma non ho trovato quanto alta sia la salinità) situato dentro il cratere di un vulcano parzialmente sommerso dal mare: il Charco de los Clicos: il colore verde è causato dalle alghe e contrasta con la spiaggia nera e il blu dell’oceano. Circondato da rocce rossastre, gialle e verdastre è bello da vedere cromaticamente, ci starebbe un acquarello, ma lo farò a casa, qui non ho portato colori e pennelli. Però penso, che strana l’acqua! Sembra densa, quasi fosse un passato di spinaci!😀
Non saprò mai se è effettivamente densa o se è un effetto ottico dato dai riflessi della luce perché, a causa della delicatezza ecologica del luogo e del suo equilibrio instabile, non è permesso fare il bagno e neppure toccare l’acqua…
Proseguiamo verso la nostra prossima meta: Los Hervideros, ma sulla strada ci fermiamo alla Montagna Bermeja, un cono vulcanico rosso, molto fotogenico col sole che tramonta, e di fronte la sua spiaggia di ciottoli neri e scogli neri appuntiti (dove, tra l’altro, stanno facendo un servizio fotografico). Ovunque ci sono avvisi che sconsigliano fortemente di fare bagni in questa spiaggia, perché ci sono correnti forti che portano al largo e in effetti le onde dell’oceano sollevano spruzzi importanti nella parte con gli scogli, si capisce che è pericoloso!
Los Hervideros, che raggiungiamo subito dopo, è uno straordinario spettacolo naturale, la traduzione letterale è “acque bollenti” e questo la dice lunga su quello che ci si deve aspettare venendo qui: l’oceano che sembra in ebollizione. E’un promontorio con rocce nere scolpite dal vento e dal mare, balconi di lava e grotte scavate a formare un intricato labirinto dove le onde vengono a frangersi creando uno spettacolo magnifico ma anche spaventoso quando il mare è mosso. Quando lo visitiamo, l’oceano è abbastanza tranquillo, quindi gli spruzzi sono pochi, non so se essere contenta o meno…
Qui la strada finisce, perché è interrotta e allora torniamo indietro verso Yaiza e da lì verso casa passando però dal Faro de La Pechiguera che si trova nel punto più a Ovest di Lanzarote (niente di che, a dire il vero). Siamo talmente stanchi dopo questa giornata, che non usciamo neanche a cena! La ricerca di ristoranti con carattere, dove mangiare pesce è rimandata a domani.
L’indomani ce la prendiamo comoda, la giornata è stupenda ma molto ventosa. Per non stare proprio sdraiati in piscina, decidiamo di fare una passeggiata lungomare che, dal nostro hotel, arriva fino al faro de La Pechiguera lungo tutto un tratto della costa Sud. Ma non ci arriviamo, sono circa 8 km e, va bene non stare in panciolle, ma sfidare il vento contrario che a tratti ti fa procedere piegata in avanti, anche no! Passiamo la Marina Rubicón, piccola ma con tante barche a vela (mi piacciono da pazzi gli alberi delle barche che svettano nel cielo e anche il ticchettio delle sartie, mi hanno sempre fatto allegria e voglia si partire).
Arriviamo fino a Playa Dorada, una baia artificiale con sabbia fine frequentata da famiglie con bambini e ci sta, l’accesso al mare è facile ed è protetta, così i piccoli possono muoversi senza pericoli.
I nostri “quasi “ 2 km li abbiamo percorsi, non abbiamo “pigreggiato” più di tanto e la coscienza è a posto, possiamo rientrare!
Dopo pranzo ci muoviamo verso la zona di Geria con i suoi vigneti, nella regione dove si producono i vini di Lanzarote (buoni buoni, da brava veneta ho testato e approvato).
L’aspetto della zona è impressionante perché, per coltivare la vite, si sono inventati un metodo che esiste solo qui e che permette alle piante di crescere nonostante il terreno sia poco fertile, l’acqua scarseggi e il vento sia un nemico costante. Scordatevi i nostri filari di viti aggrappate ai sostegni, qui i vigneti sono situati sui fianchi delle montagne ricoperte di cenere vulcanica nera, e le piante si trovano all’interno di cavità a forma di imbuto. Ne sono state scavate più di diecimila, e all’interno di ognuna di queste si trova una sola pianta. Una volta piantata la vite, la buca viene ricoperta nuovamente di terra e di cenere vulcanica in modo da mantenere l’umidità notturna e nutrire le piante. Per proteggerle dai venti costanti e dall’essiccazione, attorno ad ogni cavità viene costruito in basso muro semicircolare.
L’effetto scenografico già ora è incredibile, ma suppongo che quando le viti saranno germogliate, con le foglie verdi in mezzo a tutto quel nero, sia un vero spettacolo.
Sulla via del rientro, passiamo dalle saline, le Salinas del Janubio che sono le più grandi delle Canarie e si trovano in una laguna creata da eruzioni vulcaniche che diedero origine ad una barriera di lava sul mare.
Il sole è ancora troppo alto, lo so, dovrei tornare quando sta tramontando per fare delle foto come si deve, con i colori che avevano colpito anche Manrique, ma non so se avrò il tempo e se rientrerà nei futuri piani, così qualche controluce lo scatto lo stesso.
Il giorno seguente ci muoviamo presto verso Nord, abbiamo una nuova meta: la Fundación Cesar Manrique a Taro de Tahiche. Sulla strada ci fermiamo in un paesino piccino, su una spiaggia nera, Playa Quemada. Qui un artista ha messo i suoi quadri su tutte le casette vicine e disseminata la strada di sue opere, creando un angolino pittoresco.
Ma arriviamo alla Fundación Cesar Manrique, incredibile, splendida casa di 3.000 metri quadri, situata nel mezzo della colata lavica originata nelle grandi eruzioni del 1730-36 e quella in cui visse per 20 anni, intrattenendo qui i suoi amici artisti e il jet-set internazionale. Uno spettacolo, mi ha letteralmente affascinata per il modo in cui è stata concepita. È costruita su due piani, quello superiore pensato secondo i canoni tradizionali (si fa per dire eh, perché di tradizionale c’è giusto il fatto che ci sono delle stanze) quello sotterraneo, è ricavato da cinque bolle vulcaniche naturali di proporzioni importanti, all’interno delle quali sono stati ricavati dei locali che Manrique ha messo in comunicazione tra loro, facendo scavare stretti corridoi nelle colate laviche. C’erano zone per il relax, una piccola pista da ballo, una piscina e il suo studio.
È stato veramente un artista incredibile, che si è prodigato per proteggere Lanzarote dalle speculazioni edilizie degli anni passati, battendosi contro la costruzione di grossi complessi alberghieri che invece si trovano in altre isole delle Canarie. Secondo César Manrique la natura si trova al centro di ogni progetto e cambiamento, è il punto di arrivo e di partenza e nella sua casa ci sono piante in ogni angolo e i giardini sono uno spettacolo di colori e armonia.
Mi piace quello che nel 1988 diceva della sua casa, trovo che dovrebbe essere un suggerimento per tutti, per creare case in cui sia bello vivere:
“Mi casa no está decorada, está pensada en función de la vida, la luz y la belleza. Hay una armonía de espacios y de formas y sobre todo, un concepto muy funcional con respecto al hombre, al confort y a la alegría. Mi casa tiene una enorme alegría y una luz espléndida.”
(“La mia casa non è decorata, è pensata in accordo con la vita, la luce e la bellezza. C’è un’armonia di spazi e forme e, soprattutto, un concetto altamente funzionale riguardo all’uomo, al comfort e alla gioia. La mia casa ha una gioia enorme e splendida luminosità” )
Mi sono innamorata di Manrique, si capisce?
Manrique: ”Il Carnevale è la festa della liberazione in cui le persone rompono tutti i legami e gli schemi tradizionali. Il Carnevale fa impazzire chiunque abbia un minimo di fantasia.”
Inseguendo altre opere di Manrique, non ci siamo persi la casa museo di LagOmar nel paesino di Nazaret. Anche qui l’architettura rispetta la natura e ne utilizza le forme per creare costruzioni spettacolari, terrazze e grotte, giardini e piscine.
Inizialmente la casa (anche se questo termine è inappropriato) era stata pensata per un inglese, Sam Benady, che viveva a Lanzarote. Pare che Omar Sharif, venuto a Lanzarote per girare un film (L’Isola Misteriosa e il Capitano Nemo), abbia visto questa casa, se ne sia innamorato e l’abbia voluta comperare. A questo punto si narra che (ma forse è solo una leggenda) il venditore si fosse pentito di aver ceduto la sua casa ad Omar Sharif e, conoscendo la sua propensione per il gioco del bridge (Sharif era un giocatore più che abile), lo avesse sfidato ad una partita in cui la posta in gioco sarebbe stata la casa. Naturalmente Sharif non sapeva di aver a che fare con un campione di bridge e perse partita e casa (meno di 24 ore dopo averla acquistata) e lasciò l’isola senza ma più tornarci.
Quale sarebbe stata la ricompensa per la vittoria di Omar Sharif? Non si sa…
Vero o no, all’ultimo piano della casa, c’è una stanza con un tavolo da gioco… Oggi appartiene a due architetti tedeschi.
Posto che l’impatto visivo è spettacolare, credo che vivere in questa casa fosse scomodissimo: a parte i giardini e le piscine, che erano tutti più o meno allo stesso livello, la casa si sviluppa in altezza, con panorami invidiabili, certo, ma con scale da fare per raggiungere le diverse stanze che hanno gradini piccolissimi (e non solo per me che calzo un ragguardevole 41!) e ripidissimi, con rischio di caduta altissimo. Potendo scegliere, avrei comprato la casa di Marique😂
Da qui, prima del rientro, tappa a Famara (mi ricorda un po’ Cofete di Fuerteventura - ne parlo in un altro viaggio), una di quelle spiagge profonde, con la catena di montagne che la abbracciano alle spalle, bellissima, ventosa e piena di ragazzi con muta e surf sottobraccio.
Il giorno seguente, sempre a Nord cerchiamo le rocce scolpite della Antigua Rofera, non semplice da trovare, comunque dopo un po’ di “avanti e indietro”, “E’ li, no, non è quella” ci arriviamo.
L’Antigua Rofera è un insieme di rocce vulcaniche residue, modellate dal vento ma soprattutto dall’attività estrattiva dell’uomo che usa questa cenere vulcanica il “rofe” per il giardinaggio e nei vigneti per trattenere l’umidità, di conseguenza la cava da cui veniva estratta la cenere prende il nome di rofera. E’ un paesaggio incredibile, si cammina tra mille sfumature di ocra, nero e grigio che col sole diventa quasi argento. Bellissimo! E i colori cambiano molto anche perché nel cielo man mano si addensano nuvoloni grigi… che si stia preparando un temporale? Speriamo regga ancora perché dobbiamo visitare il Jardin de Cactus, sempre pensato da Manrique.
E in effetti il tempo regge e riusciamo a visitare il giardino. Ci sono più di 1400 specie di cactus provenienti da tutto il mondo. Questa è l’ultima opera realizzata da Manrique.
Devo dire che non ho mai amato molto le piante grasse ma, dopo la visita a questo giardino, ne ho viste di talmente belle, con fioriture generose, che mi è venuta voglia di creare un angolino con dei cactus anche in casa. Ma poi come fare coi nipotini? Forse meglio lasciar perdere…
Mentre ci trasferiamo verso la Casa Museo di César Manrique, ad Haria, si scatena un temporale che abbassa di un bel po’ la temperatura e pranzare all’aperto, nonostante il sole, che è tornato, non è per niente piacevole, mi sento un’aria gelida nel collo… (una volta in più mi convinco che Fuerteventura sia decisamente più calda).
Questa è una casa più normale rispetto all’altra, è in un palmeto e l’artista ci ha vissuto e lavorato fino alla sua morte (1992)
Mentre ci dirigiamo verso il Mirador del Rio, (sempre opera di Manrique, manco a dirlo!) penso che mi piacevano molto tutte quelle felci appese al soffitto che ho visto nella casa di Manrique, potrei metterle anch’io nel mio appartamento? Forse sono un po’ influenzabile…l’ultima volta che ne ho comperata una, mi è durata solo qualche mese! Arrivati al Mirador, abbiamo una vista da sballo su La Graciosa, l’isola di fronte. Allora, domani ce lo prenderemo di riposo e dopodomani è sicuro che torneremo qui per raggiungere La Graciosa.
La giornata seguente è destinata al riposo, allora si decide per Playa Papagayo, quella più riparata. La strada per raggiungerla è sterrata e parecchio sconnessa e buchiamo una gomma. Mannaggia! Va beh, cerchiamo di cambiarla, siamo nel mezzo di niente e ci secca chiamare l’autonoleggio, il ruotino c’è, quindi si tratta solo di usare il crick e svitare i bulloni! Peccato che la chiave per svitare i bulloni non ci sia…Per fortuna passa una macchina di una giovane famiglia tedesca che, nonostante avesse bimbi a bordo, si ferma e ci aiuta (loro gli attrezzi ce li hanno, e in più lui è giovane e forte!). Arriviamo insieme alla spiaggia e offriamo loro da bere, che cosa? Una birra, ovviamente, son tedeschi!
Morale della storia: controllare sempre, quando si noleggia una macchina che ci siano non solo la ruota di scorta, ma anche gli attrezzi per cambiarla!
Comunque, a parte questo inconveniente, la giornata prosegue bene, fa caldo e i bagni sono freddini ma piacevoli, ho provato di peggio!
La mattina seguente partiamo presto, vogliamo fermarci al Jameos del Agua (altra opera di… Manrique, sempre lui!) prima di andare a La Graciosa.
Jameos non ha una precisa traduzione in italiano, indica una cavità che si forma quando la parte superiore di una grotta di lava sotterranea crolla e lascia entrare la luce del sole.
In uno di questi Jameos, si trova un lago vulcanico naturale nelle cui acque vive una specie di granchio albino cieco unica al mondo, il Munidopsis Polymorpha . In un altro, c’è un auditorium naturale con capacita di 550 persone formato da pietra basaltica che ha una acustica straordinaria, pare. I sedili sono posizionati seguendo la pendenza naturale del suolo.
La traversata per La Graciosa dura solo mezz’ora, i ferry partono da Orzola, un porticciolo piccolo e nel tragitto si può ammirare quella parete scoscesa su cui eravamo l’altro giorno a guardare giù. E’ veramente impressionante!
La Graciosa è un’isolina piccola, del genere che piace a me, un porticciolo, solo strade sterrate, niente macchine (a parte due taxi 4x4 per chi vuol fare il giro dell’isola in un giorno) e solo biciclette, un po’ come la Formentera degli anni ‘80. Non c’è gran ricettività alberghiera, c’è un hotel fatto di piccole casette splendide, saranno 6-7 in tutto (al momento chiuso) e poi solo case da affittare. Tutto è molto curato, le strade hanno paletti che proteggono le dune e dove non c’è la sabbia dorata, ci sono rocce laviche nere o montagne rossastre che creano un bellissimo contrasto cromatico. È qui che ho trovato forse la più bella spiaggia di questa vacanza: Las Conchas, è enorme, profonda, lunga, d’oro, con acqua cristallina, pochissimi umani e alle spalle una montagna rossa. Pare che le correnti siano molto forti e che sia sconsigliato fare il bagno se non a riva, ma tanto non c’è abbastanza tempo per fare bagni…
L’ultimo giorno visitiamo Arrecife, dove non manchiamo il Museo di Arte Contemporanea che occupa una fortezza sul mare, anche questo pensato da Manrique (e la sua impronta si vede).
Girando per la città, scopriamo un artista che produce delle piccole e coloratissime barche con dei pezzi di latta. Si tratta di copie dei Jolateros: piccole imbarcazioni fatte a mano con vecchi barili di metallo usate originariamente dai pescatori per raggiungere le barche più grandi ancorate al largo e successivamente dai bambini per giocare e gareggiare. Oggi sono tutelate come patrimonio culturale. Sono talmente carine e colorate, che ne avrei comperata volentieri qualcuna, ma il bagaglio a mano non perdona! Mi devo limitare a fotografarle.
Considerazioni e Consigli pratici:
E’ un’isola in cui venire soprattutto per scoprire Manrique e le sue opere, sarebbe un vero peccato stare solo al mare. L’artista è riuscito a realizzare il suo progetto più ambizioso: trasformare l’isola, utilizzarla come fosse una “tela” su cui dare libero sfogo alla sua creatività, sempre nel rispetto della natura, dell’ecologia e della preservazione della stessa.
Le spiagge che ho visto sono belle ma, secondo me, vanno bene per prendersi dei momenti di pausa dalle escursioni, possono riempirsi parecchio.
Il vulcano Timanfaya è una meta imperdibile, il paesaggio e i colori delle rocce lasciano senza fiato.
Le strade sono perfette (a parte quella sterrata per raggiungere la spiaggia di Papagayo, dove abbiamo bucato!) e l’isola è ordinata e pulitissima: salendo al Timanfaya ho persino visto un inserviente che scopettava la lava per togliere… qualcosa, cosa fosse non saprei.
Noi abbiamo scelto di stare a Sud, in zona tranquilla, quella con le spiagge migliori, certo la strada per raggiungere le varie opere di Manrique è forse un po’ lunga, ma si può fare, in realtà non volevamo stare a metà dell’isola, vicino alla capitale perché è una zona piuttosto trafficata.
Ad inizio febbraio, quando siamo stati noi, il tempo è stato generalmente buono, qualche pioggia ogni tanto che però non ha impattato sui programmi, certo il mare era un po’ freddino, ma lasciare l’inverno qui e poter girare per l’isola in maglietta e al massimo un pile, è una meraviglia, e poi i cieli mossi, comunque siano, sono libertà!
Il nostro viaggio è durato 8 giorni con volo Orio al Serio-Arrecife
La macchina è stata noleggiata con Payless (prezzi concorrenziali)
Abbiamo soggiornato all’Hotel Volcán, ha funzionato benissimo, colazione perfetta e stanze ottime, forse un po’ troppo grosso
Abbiamo sempre cenato vicino all’hotel:
- La Casa Roja - alla Marina Rubicón (buon rapporto qualità prezzo) ottimi pesci da condividere
- Primario Gastrobar cucina interessante, un po’ più caro di Casa Roja